L’ Araldica Medievale – Parte I

Turnierbuch (Tournament Book), Page 73 from 1561, Metropolitan Museum, New York (Photo P. Hunt 2012)

L’ Araldica è l’arte o la scienza dei blasoni: è una scienza in quanto studia le origini, la conformazione degli stemmi e il modo in cui descriverli ed è  un’arte poiché delle insegne ne disciplina uso, forma, figure ed ornamenti. Ma l’ Araldica è forse meglio descritta come un sistema per identificare gli individui attraverso le insegne ereditarie: questo sistema è originario dell’Europa Occidentale durante il medio Evo.

Da fonti archeologiche sappiamo che le insegne sono state usate sugli scudi dai guerrieri per identificarli in battaglia dal Periodo Classico, almeno dall’800 a.c. i Frigi usavano disegni floreali stilizzati sui loro scudi. L’uso di simboli è infatti universale nelle comunità civilizzate: i sigilli per esempio, molto diffusi nel medioevo, vennero utilizzati anche dai Babilonesi per autentificare i documenti. Chiunque, che sapesse leggere o meno, poteva riconoscere il simbolo del legislatore o di un altro potente.

Solo nel periodo Carolingio però lo stemma assume il suo significato di identificazione individuale, e poi familiare, con la nascita della cavalleria e si è diffuso in tutta l’Europa. L’affermazione dell’Araldica avvenne durante le crociate, in quanto i capitani degli eserciti cristiani della prima crociata (1096-1099), approdati in Asia Minore attraverso il Bosforo, si resero conto che non era possibile mantenere la sola distinzione della croce per tutto l’esercito. Si rendeva necessario quantomeno distinguere i corpi d’armata per nazionalità. Così i vari eserciti assunsero una croce diversamente colorata: quello italiana azzurra, quello tedesco nero e oro, quello francese rossa e poi bianca, quello inglese bianca e poi rossa, i fiamminghi e i sassoni verde.

Tuttavia l’ Araldica deve con ogni probabilità la propria origine allo sviluppo dell’armatura durante il Medioevo. Una semplice croce colorata permetteva infatti di distinguere la nazionalità del singolo cavaliere: ma nella battaglia era anche necessario riconoscere i cavalieri che si distinguevano per coraggio: o quelli che al contrario che evitavano il combattimento per viltà o quelli che venivano catturati, feriti o uccisi nella mischia.

Fino a quando furono usati gli elmi a bacinetto, che lasciavano scoperto il viso, era possibile riconoscere il cavaliere, ma quando cominciarono ad essere usati gli elmi a becco di passero, a celata, a cancello, non vi fu modo di individuare il combattente. Si pensò allora di porre un segno distintivo per ciascun cavaliere: un simbolo che fosse adottato esclusivamente da un guerriero, il quale da quel momento sarebbe stato identificato a mezzo delle insegne che portava sul suo scudo, sull’ elmo, sulla sopravveste o sulla gualdrappa del proprio cavallo.

Per far ciò si rispolverarono gli elementi che caratterizzavano le famiglie: cioè quei simboli che ancora non costituivano uno stemma e che soltanto allora furono legati indissolubilmente al cavaliere: un binomio che diede origine all’ Araldica la quale divenne a porre ordine in un complesso e variopinto universo simbolico.

Non tutti i cavalieri disponevano però di insegne di famiglia: il novello cavaliere senza stemma avito aveva lo scudo di un solo colore, il cosiddetto “scudo o tavola di aspettazione, e attendeva di caricarlo con gli elementi che si ritenevano via via più pertinenti ed opportuni. Alcuni “cadetti” delle grandi famiglie portavano lo scudo con le insegne familiari coperto da un velo: potevano scoprirlo solo dopo un’azione valorosa.

Il cavaliere vittorioso in battaglia aveva il diritto di fregiarsi delle insegne catturate al nemico vinto, ponendole sul proprio scudo. Era sufficiente un’ azione vittoriosa per aver titolo a prendere i segni della vittoria. Già nel 1275 Raimondo Lullo, nel “Libro dell’Ordine della Cavalleria“, afferma che il “blasone che sta sullo scudo, sulla sella e sulla cotta del Cavaliere è il segno di riconoscimento delle ardite azioni che ha condotto e del colpi che ha menato in battaglia“.

Ad esempio conquistando le mura di un castello si poteva inserire nello scudo la figura della torre o della cinta merlata, oppure l’immagine della scala che era servita a salire sugli spalti per espugnare la fortezza: chi poteva vantare la propria partecipazione alle Crociate, oppure avi che vi avevano partecipato, spesso ornava il proprio scudo con la croce o con teste di moro. Lo stesso fecero in seguito i nobili ungheresi che, difensori della cristianità contro gli ottomani, spesso fregiarono i propri stemmi di turchi con la testa infilzata su spade, sbranati da leoni e così via, dando vita ad una araldica piuttosto sanguinaria, ma pittoricamente efficace.

Come le imprese militari, anche quelle amorose costituirono presto elementi di distinzione: i cuori spesso facevano bella mostra sullo scudo del cavaliere innamorato, cosi come le rose (o altri fiori), le colombe, le fiamme, la fornace, le frecce: tutti simboli dell’ amore ardente. Spesso il colore del velo o del fazzoletto di una damigella che, da spettatrice, partecipava ad un torneo, ad una giostra, andava a connotare lo scudo di qualche cavaliere ancora alla ricerca del distintivo araldico definitivo.

Ben presto, però, le figure in uso, sebbene assai numerose, non furono più sufficienti ad esprimere il moltiplicarsi del cavalieri. Si dovettero perciò creare nuove forme di distinzione. La croce assunse allora le forme più svariate e le colorazioni più disparate e nel blasone cominciarono ad entrare nuove figure quali draghi unicorni, sirene, grifoni, animali fantastici e mostruosi che verranno successivamente definiti chimerici. Con il trascorrere del tempo altre figure si aggiunsero a quelle in uso e si cominciò a far ricorso alle partizioni che raccoglievano nello scudo più elementi: dalla Spagna venne poi l’uso di “inquartare” gli scudi, creando insegne sempre più complesse.

Alcuni assunsero emblemi corrispondenti al nome (stemmi parlanti), altri nomi corrispondenti all’emblema: in effetti l’uso della stemma è grossomodo contemporaneo (e in alcuni casi precedente) a quello del cognome.

Lo stemma era pertanto sia carta di identità sia memoria storica delle imprese da lui compiute: una sorta di biglietto da visita. L’onore associato allo stemma di famiglia aveva una grande importanza e incoraggiava I cavalieri a comportarsi con valore e coraggio sul campo di battaglia e nei tornei. Ognuno poteva vedere i colori della propria famiglia e ciò spingeva i cavalieri a combattere il più duramente possibile per portare gloria alle famiglie di appartenenza ed ottenere l’adulazione degli altri cavalieri e nobili.

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Cesare Strozzi

Nella vita Giovanni, appassionato di storia e giochi di strategia. In ME Cesare Strozzi, uomo medievale alla ricerca di gloria sui campi di battaglia e benessere nel duro lavoro, sotto il costante sguardo del proprio dio

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